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Lumiagb

Il diario

Quello che succede nel laboratorio

Due righe, un fatto vero, una foto. Nient'altro: il diario respira così.

Tre barattoli d’olio all’ambra sul davanzale al sole, dipinti ad acquerello

Oggi i barattoli di calendula hanno girato.

Trenta giorni al sole e l’oro è sceso nell’olio. Ho solo cambiato loro la finestra.

Il forno con la bocca accesa e l’ottone che riposa davanti, dipinto ad acquerello

Il forno ha parlato: prima colata di ottone della settimana.

La casa sa di laboratorio, e io di argilla. Stasera apro le finestre e lascio dire.

Una pietra tenuta nel palmo di una mano, con la luce della finestra

Nuova pietra arrivata: l’ho guardata per un’ora.

Lei guardava me. Il banco sapeva già dove metterla.

Dal quaderno

Il banco del fuoco

Ogni incenso comincia asciutto. Botaniche finissime — l’ultima volta cannella, alloro, rosmarino — perché più sono in polvere, meglio si amalgamano e bruciano. Poi le resine, poco: se esagero, l’incenso brucia male. Il makko lega tutto, e l’acqua arriva alla fine, quanto basta, fino a che l’impasto si lascia modellare.
La base la scrivo sempre uguale: 7,5 grammi di botaniche, 2,5 tra resine e oli essenziali, cinque gocce — cipresso, stavamo in tema —, 3 di makko. Quando un legno nuovo arriva al banco, scalo tutto a venti grammi: otto di farina di legno, sei di sandalo con Nag Champa, tre di resina, due di lavanda, uno di gomma di guar. Venti grammi bastano a capire se il fuoco la spiega, questa storia.

Dal quaderno

Le due miscele

I profumi dei miei incensi non si comprano: si pesano. La prima miscela è quella erba-pianta: 3,0 di lavanda vera, 2,0 di geranio d’Egitto, 1,5 di palmarosa, 1,5 di niaouli, 1,0 di salvia sclarea, 1,0 di eucalipto citronato. La seconda gira più scura: 3,0 di patchouli, 2,0 di lavanda vera, 1,5 di geranio, 1,5 di salvia sclarea, 1,0 di niaouli, 1,0 di eucalipto — e più uno di violetta di Parma.
Poi nell’alcol, circa due mesi, alcune in uno. Poche gocce nell’impasto, e il fumo se lo ricorda.

Dal quaderno

Ogni pianta ha il suo olio

Nell’armadio non c’è un olio solo: c’è quello giusto per ogni pianta. La calendula sta nel girasole alto oleico; l’iperico e l’alloro nell’oliva; la camomilla, la malva e la melissa nelle mandorle dolci; l’equiseto e il loto blu nel jojoba; l’achillea di nuovo nel girasole; la piantaggine nell’oliva. Trenta giorni qualcuna, quaranta le altre: il tempo lo decide la pianta, io giro il barattolo una volta al giorno, al riparo dalla luce. Quando l’olio ha preso il colore, si filtra: e la pianta diventa qualcos’altro.
Anche i vettori hanno le loro amicizie, per pelle, viso, capelli e unguenti: 70 e 30, sempre — girasole e mandorle, jojoba e mandorle, jojoba e girasole, oliva e girasole. Quelle proporzioni stanno in un’altra pagina del quaderno, e non si toccano.

Dal quaderno

Le tinture

Le tinture sono il contrario dei barattoli al sole: alcol, vetro scuro, pazienza. Il rapporto è quasi sempre uno a cinque, in miscela idroalcolica — sessanta o settanta gradi, secondo la pianta — e i giorni cambiano carattere. La lavanda fa in fretta: quattordici giorni ed è pronta. La calendula chiede ventun giorni al buio, un giro ogni giorno alla stessa ora, e l’alcol non più forte di settanta gradi, perché uno più forte le brucia quello che ha da dare. La genziana sta quaranta, radice in fondo al barattolo. Si filtra in lino o cotone, e la pianta resta impressa nel liquore che lascia.

Le pagine più vecchie stanno ancora macerando: se manca il fatto, si può scrivere domani. Il diario non è in ritardo.

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